kaiserjager-nel-trentino

Kuwaikino guardò Worotilow e poi i disgraziati che stavano fuori al freddo. Sorrise, facendo scintillare i suoi occhi distanti uno dall'altro.
- Ho una piccola sorpresa per coloro che hanno fatto domanda - disse agitando le mani.
Ad un suo cenno, un soldato russo trascinò una grossa scatola di cartone, colma di lettere fino all'orlo.
Posta tedesca! Posta da casa!
Il dottor Boehler rimase a fisare la scatola. Le ossa della sua mandibola scricchiolarono. Posta! Dopo quattro lunghi tormentati, disperati anni!
Finalmente un pò di speranza, finalmente un pò di calore!
La patria era arrivata in Russia. Julius Kerner cominciò a tremare. Ed anche Peter Fischer, e Karl Georg, e Moller, e Sauerbrunn, avevano gli occhi fissi su quella scatola di cartone. Erano i più vicini al soldato e riuscivano a leggere qualche indirizzo.
- Posta - balbettò Kerner. - Di mia moglie, dei miei bambini.
Il russo depose lo scatolone sul tavolo, davanti a Kuwaikino.
- Distribuirò la posta solo a quei prigionieri che hanno aderito al partito - disse Kuwaikino.
Worotilow impallidì. - Questa sarebbe una crudeltà verso gli altri, compagno commissario...
- Avrebbero dovuto far domanda anche loro.
- Non si può costringere tutti ad avere la stessa idea!
- Si può, invece! Glielo assicuro io. - Kuwaikino sorrise nuovamente. Poi si volse verso i cinque scritturali e fece cenno verso lo scatolone. - Cercate la posta di quelli che sono sulla lista! Per gli altri, niente.
Julius Kerner si gettò sulle lettere e cominciò a rovistare.
Cercava, cercava, finchè Peter Fischer non gli diede un colpo sul fianco e gli mise davanti le liste.
- Una dopo l'altra. Troverai anche la tua. - Poi vuotò la grossa scatola. Le brevi cartoline di risposta ammesse per i prigionieri si ammucchiarono sul tavolo. Con voce monotona, Moller e Georg cominciarono a leggere i nomi dei destinatari, mentre Kerner, Fischer e Sauerbrunn controllavano le liste.
Waldschmidt, Erbert, Friedrich Siebach, Emil Pelz....
- Guarda, l'infermiere. - Kerner mise via la lettera, per due ore suddivisero la posta.
Per due ore i duecento ottantacinque uomini rimasero fuori al gelo, battendo le braccia intorno al corpo ed aspettando.
La notte era chiara. Quando qualcuno parlava, sembrava che le parole urtassero contro pareti di vetro, frantumandole.
La cernità durò ancora un'ora.
Duecento quarantanove prigionieri avevano posta. Erano uomini felici, che con le lacrime agli occhi leggevano quelle poche righe, le prime dopo quattro anni.
Dalla Germania...
Durante tutta la notte, il piccolo e striminzito pastore dovette passare di baracca in baracca. Aveva molti da consolare: quelli che piangevano, quelli che disperavano, i duri, ma anche i contenti, che avevano ritrovato Dio e volevano pregare.
Dio infatti era arrivato con la prima posta.

Dall'avvincente romanzo " Il medico di Stalingrado" di Heiz G. Konsalik

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