✔ XS - piccolissima (432 x 274)
✔ S - piccola (576 x 366)
✔ M - Media (792 x 503)
✔ L - Grande (800 x 509)
Originale
Un deciso salto di qualità fu compiuto con l’istituzione a Trento, nel 1908, presso l’Ufficio Comunale del Lavoro, della “Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra”, appositamente preposta alla tutela delle Ciòde e dei loro rapporti con i datori di lavoro.Quest’Istituzione si rivelò un vero toccasana per le povere e spesso sprovvedute emigranti, che vi trovarono un sicuro punto di riferimento, di tutela e di assistenza. La Sezione svolgeva attività di collocamento, senza peraltro interferire nei rapporti bilaterali di contrattazione, prestandosi a formalizzare per iscritto i contratti stipulati e riportandoli su un apposito registro. L’Ufficio rimaneva a disposizione di ambo i contraenti per verificare eventuali inadempienze e dirimere possibili cause di contenzioso. Un altro prezioso servizio svolto dall’Ufficio fu quello di assicurare assistenza alle Ciòde appena arrivate e ancora senza collocazione, o rimaste temporaneamente disoccupate, che in precedenza si arrabattavano alla bell’e meglio, trovando rifugi di fortuna in cui erano esposte a non pochi rischi. Tale servizio contemplava un asilo diurno, un deposito bagagli, un recapito postale e, successivamente, anche un dormitorio.Il fatto che la manodopera femminile bellunese fosse tanto richiesta è dovuto principalmente al fatto che, oltre a essere delle grandi lavoratrici, provenendo anch’esse dal mondo contadino, le Ciòde si dimostravano subito operative senza bisogno di apprendistati: insomma, sapevano già fare di tutto. Le condizioni di lavoro erano, in genere, piuttosto pesanti e il trattamento, inteso come vitto e alloggio, loro riservato, dipendeva dalla sensibilità della famiglia ospitante, ma per lo più lasciava alquanto a desiderare (anche se in patria la situazione non era certo migliore). Il disagio, soprattutto per i bambini (Ciodéte e Ciodéti), era accentuato dalla nostalgia di casa.Complice forse la non continuità del lavoro, limitata ai mesi estivi, e nonostante molte affinità culturali, fra Ciòde e popolazione trentina non vi fu mai vera integrazione, fatte salve alcune eccezioni (vi furono, pur rari, dei matrimoni). I rapporti si mantennero sempre piuttosto distaccati, stante anche la situazione di subalternità in cui le lavoratrici si trovavano e il poco tempo libero di cui disponevano per poter socializzare con la comunità di accoglienza.Non mancarono episodi di conflittualità. Soprusi, anche gravi, da una parte, e comportamenti di insubordinazione dall’altra. Sono stati segnalati anche comportamenti sconvenienti da parte di qualche Ciòda (i parroci erano molto preoccupati in tal senso), soprattutto nei frequenti periodi di interruzione del lavoro tra un ingaggio e l’altro, nonostante la possibilità di fruire, dopo la sua istituzione, dell’assistenza della Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra (il mercato “clandestino” delle Ciòde non cessò mai del tutto).È stata, quella delle Ciòde, un’esperienza molto amara, di solitudine, di duro lavoro e di asservimento. Esperienza che, in molti casi, sarebbe continuata più avanti, sotto altre forme, meno dure, forse, come tipologia di lavoro, ma pur sempre cariche di sofferenze e preoccupazioni.Molte di esse, infatti, hanno vissuto in seguito l’esperienza della balia da latte, della balia asciutta, della serva, dell’operaia, oppure hanno seguito i mariti, come cuoche o inservienti, nei cantieri di mezza Europa. Lontano da casa, dai luoghi della loro infanzia e giovinezza, dentro una cultura diversa, lontano, soprattutto, nella maggior parte dei casi, dagli affetti più cari: questo era il duro volto dell’emigrazione.Tuttavia, queste esperienze dolorose hanno permesso alle donne di uscire dallo stretto perimetro del proprio paese, di venire a contatto con realtà diverse, di ampliare il proprio orizzonte di conoscenze, di acquisire consapevolezza del proprio stato e della propria libertà, presupposti fondamentali per il processo di emancipazione e autodeterminazione che ne sarebbe seguito. L’emigrazione, oltre che rispondere a uno stato di necessità, rappresentava anche, per quante erano più intraprendenti e aperte all’innovazione, un’occasione per realizzare un disegno di crescita personale e di affrancamento dall’autorità genitoriale. Il fenomeno delle Ciòde, andatosi via via spegnendo nel tempo (è durato fino alla Seconda Guerra Mondiale), rappresenta, in termini numerici, un aspetto marginale nel più ampio contesto della mobilità umana, nondimeno esso merita, per le sue peculiarità di genere, di luogo e di tipologia di lavoro, di essere sottratto all’oblio e occupare, nell’ambito dell’emigrazione, un proprio, riconosciuto spazio.
- Album
- Visite
- 70
